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Eugenio CORTI

Last Update: 4/12/2008 7:26 PM
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4/12/2008 7:26 PM
 
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Eugenio CORTI
Eppure ci hanno traditi. Maritain

tratto da: Il Sabato, 30.4.1988, n. 18, p. 38-39.

Quei «Tredici anni». Interviene Eugenio Corti. Il popolare autore del «Cavallo rosso» racconta come ha vissuto e come giudica questi anni. Le colpe di una leadership culturale che aveva preoccupato Paolo VI, tanto da costringerlo a drammatiche profezie. Per questo il dibattito su quel periodo è necessario e salutare…


Pubblicato nel 1983 dalle edizioni Ares, «Il cavallo rosso» di Eugenio Corti è giunto oggi alla sua quinta edizione. Sono 1300 pagine di vera e propria epopea di un brano di popolo brianzolo inseguito di generazione in generazione dal 1948 sino agli inizi degli anni '80. Quarant'anni di storia in cui si rispecchiano le speranze, le delusioni, le crisi dell'intera cattolicità italiana. Già alla ribalta nell'immediato dopoguerra con «I più non tornano», il taccuino in cui Corti appuntò la sua testimonianza sulla campagna di Russia, pubblicato da Garzanti in numerose edizioni, e con «Processo e morte di Stalin», un dramma che appassionò Mario Apollonio, Eugenio Corti ha sempre dimostrato di essere un testimone eccezionalmente attento e libero delle vicende dei cattolici dal dopoguerra ad oggi (si segnala anche il suo saggio «L’epoca di Paolo VI», edito da Solfanelli). Nel dibattito suscitato da «Il Sabato» sulla presenza dei cattolici nella società italiana nell'ultimo decennio non poteva mancare il suo contributo.



Temo che dopo la scossa salutare provocata dagli articoli su «Tredici anni della nostra storia» usciti in questo giornale, si stia per tornare al consueto silenzio.

Mentre un esame approfondito di ciò che ha avuto luogo nel mondo cattolico durante gli ultimi decenni (non soltanto dunque negli ultimi tredici anni) a parer mio s'impone.

Non foss'altro perché è veramente ora che il movimento di ripresa, iniziato e portato avanti con vigore dall'attuale Pontefice, cessi di essere frenato da continue remore e ostacoli, palesi e occulti, messi in atto da gente che spesso non si rende conto di ciò che è accaduto.

Cos'è successo negli ultimi decenni?
Sul piano storico abbiamo avuto ancora una volta conferma della fondatezza della visione di Sant’Agostino di un alternarsi continuo delle «due città»: la «città terrena» (cioé la società degli uomini che, escludendo Dio dal loro mondo, finiscono inevitabilmente col seguire il «principe di questo mondo»: il quale, come sappiamo, è «omicida», «padre di menzogna» e «scimmia di Dio») e la «città celeste» (cioé la società di coloro che, nel costruire la vita in comune si rifanno in qualche modo agli insegnamenti di Dio).

Per me che avevo di questi concetti una menzione del tutto scolastica, il trovarmeli improvvisamente intorno a vent'anni, durante la guerra al fronte russo tradotti in cruda realtà, è stato davvero emozionante. Avevo sotto gli occhi la «città terrena» -anzi due città terrene, una reazionaria e l'altra progressista: dico quella nazista, e quella del «comunismo realizzato»- nelle quali l'omicidio su scala massale, la menzogna programmata, e la presunzione di sostituirsi a Dio, erano tra i mezzi principali con cui si intendeva costruire la società nuova e definitiva. Non posso soffermarmi. La vicenda nazista -senza dubbio più luciferina, che solo per mancanza di tempo ha dovuto contenere il numero degli omicidi in alcune decine di milioni- è del resto abbastanza conosciuta in Italia. Quanto al comunismo, mi limiterò a ricordare il numero delle sue vittime: sessanta milioni (secondo Solgenitzin sessantasei milioni) in Russia; poi almeno centocinquanta milioni in Cina; più tardi ancora, in soli tre anni, tra il 1975 e il 1978, il quaranta per cento della popolazione cambogiana fu inutilmente sacrificato nel tentativo di costruire la «società degli uomini nuovi». Rimando il lettore che voglia approfondire, a mie precedenti pubblicazioni.

Qui in Europa alla fine della guerra l'orrore della gente era giunto a un livello tale, che tutte le popolazioni che ne hanno avuta la possibilità, hanno affidato la direzione della cosa pubblica, in misura mai vista prima, a uomini politici d'ispirazione cristiana.

Ciò s'è verificato non soltanto in Italia, ma anche in Francia, in Belgio, Olanda, Austria; e nella stessa Germania, dove anzi il capo dei politici cristiani, Adenauer, chiudeva spesso i suoi discorsi con una frase molto significativa: «Anche in politica soltanto Cristo ci può salvare».


Nell'ordine delle idee

Questo vero e proprio avvento della «città celeste» -imprevedibile per i più- era stato previsto dal grande filosofo francese Jacques Maritain.

Convertitosi nel 1905 dall'ateismo rivoluzionario al cattolicesimo, costui aveva in un primo tempo scritto opere antirivoluzionarie (come «Antimoderno») e di grandioso, efficacissimo recupero del tomismo (come «I tre riformatori», quest'ultima tradotta in italiano da Giovan Battista Montini, a quel tempo giovane sacerdote). Per avere un'idea della sua straordinaria autorità tra le due guerre e nel dopoguerra si pensi a quella di Benedetto Croce nella cultura laica italiana: con la differenza che l'autorità di Maritain non si limita all'ambito francese, ma si estendeva alla cultura cattolica del mondo intero. Nella previsione dell'avvento della «città celeste», il filosofo formulò un suo progetto di «Nuova cristianità», che diffuse attraverso un notissimo volume: «Umanesimo integrale» (uscito in Francia nel 1936, tradotto in italiano nel 1946).

L'opera si caratterizzava per una ricerca delle «verità cristiane impazzite» -cioè delle verità, e valori, e virtù cristiane «prigioniere dell’errore» che sono nel patrimonio culturale di gruppi avversi alla Chiesa come i comunisti e i laicisti radicali- dei quali gruppi Maritain prospettava l'inclusione nella cristianità nuova, appunto sulla base di quel patrimonio in comune.

Le sue idee -che sempre più prendevano piede nei diversi ambiti cattolici- vennero severamente confutate sulla rivista dei Gesuiti «Civiltà Cattolica» (anno 1956, v. III, pagg. 449-463) da un importante articolo di padre Messineo, considerato allora portavoce di papa Pio XII; detto articolo si conclude con le parole: “l’umanesimo integrale non è 1’umanesimo dell’uomo rigenerato dalla grazia... Nella sua sostanza l’umanesimo integrale è, dunque, un naturalismo integrale”.


Successo travolgente

Ciononostante anno dopo anno le idee di Maritain incontrarono sempre maggior credito e adesione non solo tra i credenti -dove il successo si fece addirittura travolgente- ma anche presso uomini di cultura atei e agnostici (i quali non intendevano certo farsi inquadrare dai cristiani, ma vedevano nel progetto un'occasione d'incontro che bloccasse l'avanzata dei cristiani).

Tra il 1962 e il 1965 ci fu l'enorme evento del Concilio Vaticano II, sul quale non abbiamo purtroppo spazio per soffermarci. Agli effetti del nostro discorso basterà dire che il Concilio nonostante la pressione grandissima e incessante dei mass media laicisti (e anche di non pochi cattolici) non fece alcuna concessione dottrinale nel senso preconizzato da Maritain. Non incontrando soddisfazione presso i padri conciliari, i giornalisti adottarono il sistema di rivolgersi a quelli dei loro accompagnatori e consiglieri ch'erano novatori nel senso maritainiano, e trovarono modo di costruire e diffondere una interpretazione del Concilio come garbava a loro. (È la stessa contro cui ancora oggi è costretto ogni tanto a prendere posizione Giovanni Paolo II, quando ricorda che l'interpretazione autentica del Concilio spetta a chi ne ha i carismi).
Anche chi scrive queste righe subì per qualche tempo il fascino del pacificatore progetto di Maritain, partecipando così all'«innamoramento generale» dei giovani di cultura cattolici. Ad aprirmi gli occhi fu il fatto che a un tratto mi resi conto che tutti, letteralmente tutti, dicevano bene di noi: anche chi non avrebbe dovuto.

Mi ricordai allora del discorso della montagna, e di quelle parole del Maestro: “Guai a voi quando tutti diranno bene di voi. Così infatti facevano i loro padri con i falsi profeti...”. E il suo solenne avvertimento: “Dalle loro opere li riconoscente”.


Le conseguenze

Dalle opere dunque, dai fatti. Cos'è derivato nei fatti (non nelle speranze, nei sogni) dall'apertura che i cattolici finirono per fare non soltanto al mondo contemporaneo in generale, ma specificamente al comunismo, al laicismo, e ad ogni tipo di modernismo?

Per cominciare una sorta di autodemolizione della cultura cattolica. Poi, per limitarci ai fatti più clamorosi, una cessazione -nell'ambito delle società avanzate- delle conversioni al cattolicesimo, che prima si contavano ogni anno a centinaia di migliaia. Inoltre una caduta delle vocazioni religiose: nel giro di una decina d'anni i chierici nei seminari si ridussero alla metà, e in certe diocesi addirittura a un quinto o a un sesto. Negli ordini religiosi si ebbero grandi defezioni: tra i gesuiti diecimila padri su trentaseimila abbandonarono la vita religiosa. Tra i domenicani (altro ordine culturalmente avanzato) la percentuale delle defezioni fu anche più elevata. In pari tempo l'Azione cattolica italiana, ch'era stato uno degli strumenti più validi nella costruzione della «città celeste» (oggi non se ne ha l'idea: ma ogni suo membro era allora animato da un sacro fuoco, analogo a quello che attualmente anima i giovani di CL) ha visto il numero dei propri membri cadere da tre milioni a seicentomila.

Conosciamo il lamento di papa Paolo VI nel giugno 1972: “Il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio... Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio”. E la precisazione (18.9.74): “Grande parte di essi mali non assale la Chiesa dal di fuori, ma l'affligge, l'indebolisce, la snerva dal di dentro. Il cuore si riempie di amarezza”.

Sul piano storico s'è avuto un rovesciamento della situazione: al regresso della «città celeste», ha corrisposto una nuova grande avanzata della «città terrena», ossia della società laicista, che si è affermata in modo mai visto prima nel costume (paganesimo sessuale, droga, scristianizzazione crescente del popolo), e nelle leggi (divorzio, aborto ed altre). A chi ci domandasse dove siano oggi gli omicidi che, secondo l'analisi di Sant'Agostino, si accompagnano al prevalere della città terrena, indichiamo appunto le vittime degli aborti: milioni ogni anno nel mondo occidentale.

Più tardi Jacques Maritain si è ricreduto, e nel suo ultimo libro «Il contadino della Garonna» ha parlato, deprecandolo, di un «neo-modernismo» inaspettatamente scatenatosi nella Chiesa, confronto al quale quello che a principio secolo preoccupava tanto, non fu che “un modesto raffreddore da fieno”.

Non ha ammesso con franchezza la propria responsabilità, attribuendo tanti disastri a «un curioso scatenamento di scempiaggine cristiana» «esplosione che non onora l'intelligenza umana», e deprecando le «dimensioni gigantesche che tale stupidità prende oggi presso i cristiani».

Fa risalire tutti i guai alle «favole» di Teilhard de Chardin, e alle false filosofie dei fenomenologhi; soltanto per quanto concerne il linguaggio «bastardo» dei neomodernisti, ammette «io stesso non sono esente da responsabilità».

Pochi dei suoi discepoli hanno comunque seguito Maritain nel ripiegamento. Fra costoro, in Italia, il capo dei maritainiani nell'ambito politico: si trattava di un uomo stimatissimo Giuseppe Dossetti, che ha lasciato la politica e s'è fatto frate.
Dossetti non ha parlato di scempiaggine dei cristiani, bensì di «utopia» presente nel progetto di Maritain.


L'errore di Maritain

In realtà in quel progetto c'era piuttosto un errore madornale. Infatti la presenza di una verità, o di un valore, o di una virtù cristiana, nel contesto di un'ideologia anticristiana, lungi dal costituire una piattaforma d'incontro coi cristiani, rafforza la pericolosità di quell'ideologia.

Per spiegarmi ricorrerò a un esempio pratico: si veda nel diario del nazista Rudolf Höss («Comandante ad Auschwitz», editore Einaudi) cos'è che ha reso possibile in quel lager di sterminio la macellazione, e la riduzione in cenere, in tre anni e mezzo, di tre milioni di esseri umani. Le strutture (camere a gas e forni crematori) spiega il comandante Höss, erano insufficienti, e alcune anche in condizioni precarie; del tutto inadeguato era inoltre il numero delle SS e degli altri carnefici. È stato soltanto grazie allo spirito di sacrificio e alla costanza addirittura eroica di quei carnefici (per fare «il loro dovere» rinunciavano anche alle tanto sospirate licenze, si sovraccaricavano di «lavoro» fino all'esaurimento, ecc.) che si sono potuti uccidere quei milioni di essere umani. Ora lo spirito di sacrificio e il compimento del dovere fino all'eroismo, non sono forse virtù cristiane? Ecco però, in un contesto come quello nazista, a cosa hanno portato... Possiamo affermare che senza quelle virtù, quegli assassini non avrebbero potuto compiere un massacro così enorme.

Del resto se la teoria di Maritain fosse stata giusta, visto che Lucifero (il capo della ribellione angelica, cioè il capo dei demoni) era, secondo la tradizione, il più dotato e il più bello fra tutti gli angeli (dunque il più simile a Dio fra tutti gli esseri creati), i cristiani dovrebbero essere tenuti a collaborare con lui più che con chiunque altro.


Confusione cronica

Essendosi ricreduti soltanto pochi tra i seguaci di Maritain, la confusione in Italia si è fatta poi cronica. Portiamo un solo esempio: dal 27 al 29 febbraio 1976 venne tenuto a Roma (animatore il professor Lazzati) un congresso inteso a «rifondare» la Dc, cioè a farla uscire dalla confusione. Ebbene, due delle tre relazioni furono tenute da individui (i professori Gozzini e Romanò) che di lì a qulache mese -essendo state indette elezioni anticipate- si presentarono tranquillamente candidati, e furono eletti al parlamento, nelle liste del Partito comunista. (In realtà a tenere in piedi la Dc, oggi, a costringerla a reggersi e a non sfasciarsi, è la sua base autenticamente cristiana, milioni e milioni di umili persone, che nella paziente attesa d'un chiarimento ai vertici, seguitano a votarla con immutabile fedeltà).

Nell'ambito della cultura cristiana, qual'è oggi la situazione?
Il fatto più rilevante è il consolidamento di Lega democratica, la cui vera forza sta -oggi come ieri- nel puntuale sostegno da parte dei mass media laicisti. Non so se tutti i suoi adepti ne siano coscienti, ma essa finisce: primo, col paralizzare, mediante il suo spirito di divisione, l'ormai minoritaria cultura cattolica, al punto da impedirle letteralmente di farsi sentire nel contesto nazionale. Secondo: Lega democratica è diventata anche, di fatto, una sorta di anti-papa.

Questo giornale ha già ricordato il grave, emblematico comportamento dei suoi maggiori esponenti in occasione del Convegno su «Evangelizzazione e promozione umana» del 1976. Più recentemente, avendo il Papa, in occasione dell'ultimo passaggio di consegne al vertice dell'Azione cattolica, invitato benevolmente detta associazione a svegliarsi, e a ritornare almeno un poco agli antichi spiriti, abbiamo visto l'ex presidente Monticone correre a piangere sulla spalla del personaggio di maggior spicco (oggi, dopo che tanti altri sono passati al laicismo) di Lega democratica. E subito questo personaggio alzare la voce -puntualmente sostenuto dai mass media laici- per ammonire il Papa.

Nonostante tutto, sono propenso a credere che non pochi dei cattolici che sostengono tale Lega, lo facciano soprattutto per un residuo di ubriacatura, intendo per i postumi della tremenda cotta giovanile di cui ho parlato prima. L'attuale divisione costituisce però il problema dei problemi nella Chiesa contemporanea (da troppo tempo ormai, se si pensa alle accorate parole di Paolo VI nell'agosto 73: “La ricomposizione dell'unità spirituale e reale all'interno della Chiesa, è oggi uno dei più gravi e urgenti problema della Chiesa”).
Non si potrebbe dunque almeno discuterne tra credenti? Parlarne? A mio parere non dovremmo lasciare che l'occasione sollevata da «Il Sabato» vada perduta.


--------------- M I R ---------------
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